Che cos'è un'icona? E'
un'immagine sacra, dipinta specialmente su tavola, particolarmente
venerata in Costantinopoli e nell'Impero Bizantino perché costituiva la
caratteristica della spiritualità bizantina.
Nelle chiese che non
possedevano reliquie, essa era usata come sostituto e, collocata per lo
più sull'altare maggiore, godeva di grande stima e venerazione perché
si credeva che vi fosse una relazione speciale tra il santo e la sua
immagine (icona).
Questa poi, secondo la teologia bizantina, era un
luogo di presenza di grazia, come un'apparizione di Cristo. L'icona,
immagine densa di presenza, era la visione di cose che non si vedono.
"Ciò che il Vangelo dice con la parola" - si afferma in un
Concilio d'Oriente - "l'icona lo annuncia coi colori e lo rende
presente".
L'icona, quindi, era un vangelo aperto per tutti, cioè
la Parola di Dio fatta immagine a colori ed offerta al fedele.L'idea -
forza che sottostà alla maggior parte delle raffigurazioni
iconografiche - è il mistero dell'Incarnazione, e su di esso si basa e
si afferma la venerazione delle icone.
L'antica chiesa parrocchiale dell'Annunciazione, (oltre alla
cappella dedicata all'Annunciazione) ha il portale maggiore con un
architrave che reca scolpito il saluto solenne al Verbo Incarnato, con
l'affermazione implicita della Divina Maternità di Maria.
Sul portale
della chiesa dell'Annunciazione v'è la raffigurazione del mistero
dell'Incarnazione. Sembrerebbe un doppione inutili in una chiesa
dedicata già all'Annunciazione; in realtà essa tradisce un profondo
significato teologico.Nelle chiese di rito orientale una parete (detta
'iconostasi' perché coperta da iconi) divide rigorossamente il
presbiterio, luogo riservato al clero, dal luogo dove si congregano i
fedeli. Al centro di questa parete si apre una porta che dà
direttamente sull'altare maggiore. Questa porta, detta "regia"
o "del Paradiso" deve sempre portare dipinta la scena
dell'Annunciazione, perché questa raffigurazione in posizione
privilegiata indica la centralità del mistero dell'Incarnazione e
l'inizio della salvezza cristiana.
I pittori di icone avevano come soggetto predefinito la Theotòkos
(=Madre di Dio) che essi rappresentavano in due tipi particolari: la
"Odighìtria" (=indicatrice della strada, del buon cammino,
che fa da guida, che dirige) e la "Eleùsa" (= della tenerezza
o compassione).
Nel primo tipo la Madonna, leggermente piegata a sinistra, regge sul
braccio il Bambino ed indica al fedele che Gesù è la via della
salvezza. Gesù Bambino, avvolto in genere in una veste di antico
filosofo, ha sul volto l'espressione matura di Chi è "Eterna
Sapienza"; con la sinistra regge il rotolo delle Sacre Scritture,
mentre con la destra benedicente alla greca indica al fedele la via. La
Madonna e il Bambino mantengono un atteggiamento ieratico e solenne: i
loro sguardi sono rivolti verso chi li contempla, senza che tra Madre e
Figlio traspaia un particolare segno di reciproca tenerezza.
Nel secondo tipo la Madonna reclina dolcemente il volto fino a sfiorare
delicatamente quello del Bambino che reca in braccio, mostrando così al
fedele la sua tenerezza di madre. Ogni icona porta dipinte sul "Kalyptra"
(= il velo che, coprendo il capo e la spalle , scende fino alle
ginocchia) tre stelle: una sul capo e due sulle spalle, che sono i
tradizionali segni della verginità di Maria, prima, durante e dopo il
parto. Anche se nei manoscritti mancano i dettagli che precisano la
posizione del braccio o del volto di Maria, possiamo quasi sicuramente
concludere che le varie Madonne con Bambino raffigurate nelle iconi
delle chiese di Bonito fossero di questi due tipi.
Un'altra testimonianza di questa teologia bizantina è data dalla
presenza della chiesa dell'Annunciazione (almeno fin dal 1587) ed in
quella di S. Pietro di Bonito (=attuale S. Giuseppe) dell'icona di S. Maria di
Costantinopoli. Erano chiamate così quelle iconi provenienti da
Costantinopoli, dove si dipingevano immagini dalla carnagione scura (le
Madonne Nere), sull'esempio di un primo quadro raffigurante la Madre di
Dio, che l'imperatrice Eudochia, moglie dell'imperatore Teodosio II,
aveva fatto venire da Gerusalemme e che, secondo la tradizione, era
stato dipinto dall'evangelista Luca (la Theotòkos è stata fin
dall'antichità cristiana Padrona di Costantinopoli e le sue icone sono
state di aiuto contro le eresie del monofisismo e del nestorianesimo).
Questo quadro di S. Maria di Costantinopoli che si trovava a Bonito è
anche significativo perché, essendo un esempio di icona multipla (vale
a dire con più santi raffigurati), precisa ancora più chiaramente la
funzione dell'icona, che è quella di manifestare ciò che è nascosto e
fare da ponte tra il visibile e l'invisibile.
L'icona, dunque, rappresentazione di una preghiera incastonata nel
legno, è come una finestra aperta sul mondo soprannaturale, al di là del tempo e dello spazio. Aveva ben ragione S.
Giovanni Damasceno quando affermava: "Se qualcuno ti chiede della
tua fede, portalo in chiesa e mostragli le icone".
Tratto
da:"LE
ANTICHE CHIESE DI BONITO"di
Carlo Graziano-Tutti i diritti sono riservati-